Come si risponde alla violenza in classe? Smettendo di alimentare il cortocircuito della paura – Virginia Suigo su VITA

Condividiamo l’articolo di Veronica Rossi per VITA con intervista a Virginia Suigo (26 marzo 2026)

Come si risponde alla violenza in classe? Smettendo di alimentare il cortocircuito della paura

L’accoltellamento dell’insegnante da parte di un tredicenne, a Trescore Balneario, ha riaperto la reazione securitaria. Ma «gli adolescenti non vanno in giro armati perché vogliono fare del male, lo fanno perché temono ciò che potrebbe accadere, perché percepiscono il mondo come pericoloso. La nostra responsabilità, come adulti, è proprio quella di non alimentare questo cortocircuito», spiega Virginia Suigo, coordinatrice dell’équipe psicologica del Minotauro. Un compito che riguarda noi adulti

di Veronica Rossi

Di fronte a un evento traumatico che coinvolge una scuola – come quello accaduto a Trescore Balneario (BG), dove un alunno tredicenne ha accoltellato la sua professoressa di francese – la tentazione è spesso quella di cercare risposte immediate: più controlli, più sicurezza, più interventi sul singolo. Ma cosa serve davvero agli adolescenti per rielaborare quanto è accaduto? E cosa si può fare per prevenire – davvero – la violenza tra i più giovani? «Bisogna andare contro la sensazione che il mondo sia pericoloso», spiega Virginia Suigo, coordinatrice dell’équipe psicologica del Minotauro. «Dobbiamo aiutare i ragazzi a esprimere le loro emozioni, a parlare di quello che succede. Ed è necessario farlo insieme: il gruppo è il luogo in cui si cresce»

Come si lavora coi ragazzi per aiutarli a rielaborare un fatto traumatico come questo?

Questa domanda richiede risposte a vari livelli. C’è innanzitutto la classe in cui il fatto è accaduto. In questo caso, mi pare, è già stato impostato un intervento di postvention: ci sono psicologi che stanno lavorando, in particolare con i ragazzi che hanno assistito direttamente alla scena – ma anche con tutto il gruppo classe – per rielaborare quanto è successo. Sono percorsi che si attivano quando avviene un fatto eclatante all’interno di una scuola, per esempio un suicidio di uno studente o una tragedia come quella di Crans Montana. È importante intervenire nelle classi che sono state direttamente coinvolte, ma non solo.

In che senso?

L’altro giorno, per esempio, parlavo con un bravissimo insegnante di matematica a proposito proprio di Crans Montana. Il suo istituto non era stato coinvolto né direttamente né indirettamente: pur essendo a Milano, non c’era nessuno studente che avesse avuto conseguenze dalla vicenda. Eppure, mi ha raccontato che al primo incontro con i suoi alunni dopo questi fatti non ha fatto lezione di matematica, ma ha affrontato quanto era successo, chiedendo come lo avessero vissuto. Questo non significa mettere da parte la didattica: al contrario, un insegnante che riesce a far sentire ai ragazzi che c’è, che è presente e disponibile a parlare di ciò che li angoscia, favorisce anche l’apprendimento.

Quindi c’è un grande bisogno di parlare di sé da parte degli adolescenti?

I ragazzi avrebbero bisogno di molto più spazio di confronto sui temi della rabbia, della paura, della frustrazione. Si dovrebbe parlare con loro di come esprimere le proprie emozioni, senza reprimerle o soffocarle; discutere dei vissuti di ingiustizia rispetto ai voti o al comportamento dei professori. Ho appena letto il “manifesto” scritto da questo ragazzo prima dei fatti. Tra i vari passaggi, ce n’era uno che mi ha colpito particolarmente: racconta di un litigio di cui i docenti non si sono accorti, tanto che lui aveva dovuto spiegare di essere stato trattato male. Secondo lui, questo dimostra un fallimento della scuola. Io credo che sia vero solo in parte: fa parte del percorso di crescita imparare a negoziare il conflitto, a descrivere come ci si sente, a dire ciò che non va. Non si può pretendere che siano sempre gli altri a capirci, senza che noi impariamo a esprimerci. Certo, oggi è più facile farlo se c’è un adulto che pone le domande: gli adolescenti hanno poca dimestichezza con l’espressione delle emozioni e tendono ad essere più passivi.

“Fa parte del percorso di crescita imparare a negoziare il conflitto, a descrivere come ci si sente, a dire ciò che non va. Non si può pretendere che siano sempre gli altri a capirci, senza che noi impariamo a esprimerci.”

I ragazzi tendono a portare con sé i coltelli perché hanno paura?

Esatto. Per questo il ragazzo che ha accoltellato la professoressa non va usato come caso emblematico per invocare più sicurezza o l’abbassamento dell’età dell’imputabilità. Gli adolescenti non vanno in giro armati perché vogliono fare del male. Lo fanno perché temono ciò che potrebbe accadere, perché percepiscono il mondo come pericoloso, perché le città fanno paura. La nostra responsabilità, come adulti, è proprio quella di non alimentare questo cortocircuito della paura; recuperare la convinzione che si possa uscire senza essere spaventati, che i conflitti si possano affrontare. La sensazione che il mondo sia pericoloso non nasce da sola: gliel’abbiamo trasmessa noi.

Mettere i metal detector nelle scuole, quindi, rischierebbe di peggiorare la situazione?

Sì. Si introduce l’idea della scuola come luogo di controllo, mentre dovrebbe essere esattamente il contrario. Provocatoriamente direi che il metal detector andrebbe messo all’uscita: se i ragazzi sentono il bisogno di andare in giro armati, è un problema di cui la scuola dovrebbe farsi carico. Come l’insegnante di cui parlavo prima: prima si ragiona su ciò che sta accadendo nel mondo, poi sulla matematica. Altrimenti cosa succede? Faccio i controlli all’ingresso, loro nascondono il coltello in un’aiuola e posso far finta che vada tutto bene? L’importante è che il mondo adulto si senta tutelato? Gli adulti, a tutti i livelli, non solo in classe, devono esserci, essere solidi, dire: «Se c’è un problema, ce ne occupiamo insieme. Non dovete affrontarlo da soli».

“Gli adolescenti non vanno in giro armati perché vogliono fare del male. Lo fanno perché temono ciò che potrebbe accadere, perché percepiscono il mondo come pericoloso, perché le città fanno paura. La nostra responsabilità, come adulti, è proprio quella di non alimentare questo cortocircuito della paura”

In questo senso, è appena entrata in funzione la piattaforma AscoltaMi, che consente ai ragazzi delle scuole secondarie di primo e secondo grado di avere cinque sedute online con psicologi accreditati: che ne pensa?

Io penso che sia la comunità a dover essere costruita. Non è il singolo che chiede aiuto: è il gruppo il contenitore naturale della crescita, quello che sostiene i percorsi. È insieme che si discute di come uscire da certe situazioni. Altrimenti si rafforza una visione individualistica. Servono più investimenti sulla collettività, sul supporto alla classe, sul sostegno alla scuola. Non serve punire o patologizzare, né concentrare tutto sul singolo.