Condividiamo l’articolo di Valentina Santarpia per Corriere.it con l’intervista a Matteo Lancini su come parlare ai bambini e agli adolescenti della guerra.

Immagini di guerra ovunque: in tv, sui telefonini, sui computer e i tablet, nelle conversazioni al mattino. I bambini, inevitabilmente, vedono, sbirciano, ascoltano. A volte chiedono, altre no. Come possono i genitori spiegare la guerra ai bambini? In primo luogo, bisogna evitare di far vedere loro immagini cruente che non potrebbero capire, soprattutto se sono piccoli. Se poi il tg è acceso quando si è seduti tutti insieme a tavola, bisogna provare a spiegare ma senza esagerare.

Il tema della morte, che è strettamente legato a quello della guerra, non va anticipato: solo se un bambino chiede esplicitamente: muoiono persone? Muoiono anche bambini?, bisogna essere sinceri e dire di sì. Se non lo chiedono, meglio evitare.

Se chiedono che cos’è la guerra, si può provare a spiegare che è un modo sbagliato di risolvere i conflitti, le liti: quando non si parla, non si affrontano i problemi, si arriva allo scontro. Magari facendogli esempi della vita quotidiana, di fatti successi davvero nel proprio nucleo familiare o di amici: ricordi quella volta che tu e tua sorella siete venuti alle mani perché vi siete fatti un dispetto? E vi abbiamo spiegato che era sbagliato perché non avete risolto nulla e vi siete fatti male?

Il fulcro è che «bisogna mostrarsi sempre disponibili ad ascoltare le loro domande, non ad imporre il proprio racconto», come spiega Matteo Lancini, psicologo esperto dell’età evolutiva e autore di numerosi libri di successo sulle dinamiche adolescenziali.

In che senso, bisogna partire dalle domande?
«I bambini devono sentire che gli adulti sono disposti a parlarne, ma i genitori devono saper calibrare la comunicazione non investendoli di racconti drammatici o delle proprie angosce, ma partendo dalle loro domande, sollecitandogliele se necessario. Gli adulti non devono fare comunicati stampa, ma ascoltare».

In che modo?
«Ad esempio chiedendo: hai visto le immagini della guerra? Ti va di parlarne? C’è qualcosa che vuoi chiedere? E non convocarli per spiegare loro che la guerra la fanno gli adulti che sono cattivi, mentre loro bambini sono tanto buoni. In genere di fronte a eventi così drammatici l’adulto o scappa, oppure vuole a tutti i costi dare al bambino la propria versione. Il bambino lo percepisce, che c’è qualcosa di falsato, e non si apre».

Vale per tutti?
«Ovviamente dipende dalla maturazione dei bambini: che età ha, che quesiti ha, che livelli di angoscia. È chiaro che nella società massmediatica in cui viviamo, non si può tenerli lontani da ciò che sta succedendo. L’adulto deve essere sempre pronto a spingersi fin dove il bambino chiede approfondimenti. Non bisogna proteggerli a tutti i costi, cioè evitando di parlare delle cose cattive, ma mettersi in ascolto, allargare il significato se sentono che si può, cercare di cogliere anche l’aspetto emotivo e affettivo, e intervenire in base all’angoscia che colgono».

Se un bambino vuole guardare le immagini alla tv, glielo permettiamo?
«Non vale la pena far vedere immagini che possono traumatizzarlo, ma se il tg fa parte della quotidianità, si guarda insieme e si spiega quello che il bambino chiede. Con la pandemia i bambini hanno iniziato già ad affrontare il tema della morte, della sicurezza, delle incertezze: ci si può agganciare a questi elementi».

Ma esiste un modo giusto per raccontare la guerra?
«Non esiste una formula standard, e sarebbe scorretto dare una ricetta semplicistica. Provando a forzare un po’, si potrebbe spiegare loro che la guerra è un modo brutto e cattivo che sostituisce la possibilità di capirsi e parlarsi e che le persone che la usano preferiscono uccidere pur di avere ragione. Ma in generale ’adulto deve avere le sue idee e rispondere di conseguenza: qualcuno racconterà che ci sono due persone anziane che non tengono conto del mondo che lasceranno ai bambini. Altri potrebbero spiegare che i conflitti, se non vengono risolti attraverso le parole, diventano battaglie, guerre, ad esempio legando quest’idea a qualche esperienza personale: ricordi quando hai litigato con quell’amico? Poi avete parlato e vi siete chiariti e ora siete tanto amici? Ma questo dipende sempre da cosa un genitore pensa di questa situazione. Mai forzare: il bambino percepisce se non c’è una autenticità. Bisogna sempre cercare il dialogo».

Se non ci sentiamo in grado?
«Si può andare a cercare nella letteratura, ad esempio Rodari ha scritto diverse fiabe che raccontano la guerra ai bambini. A scuola magari se ne parla: si può partire chiedendo loro se ne hanno parlato con insegnanti e compagni, e come».

Se ci chiedono cosa sono le bombe?
«Gli diciamo che sono oggetti brutti e cattivi che distruggono tutto. Ma attenzione sempre a non mettere il tema della morte sul piatto se loro non si pongono il problema. Se ci chiedono: moriranno persone? Non possiamo mentire. Ma se non lo chiedono, non bisogna per forza imporglielo».

E se un bambino non parla?
«Il genitore non deve investire il bambino, ma fargli sentire che è pronto a parlarne, non saturare il bambino di quei contenuti che il bambino non è pronto a ricevere per il proprio sviluppo cognitivo. Se il bambino è agitato ma non vuole parlarne, non puoi legarlo. Bisogna fargli capire di essere fortemente disposti a parlarne, essere pronti e sempre disponibili. Non bisogna andargli a dire “io adesso ti spiego cosa è la guerra”: se non è pronto scappa. Ma è fondamentale che non pensi che per il genitore è un argomento troppo scabroso: perché in quel caso crede che il genitore è in difficoltà, e allora deve gestirsi la tristezza da solo».

Nel caso di un adolescente?
«Per i più grandi il tema è poco informativo: non si tratta cioè di informare sui significati, ma sentire cosa l’adolescente dice e sostiene. In quel caso non è un problema di comunicazione ma come l’adolescente gestisce e elabora i pensieri e i contenuti sulla guerra può diventare fonte di discussione. E se il ragazzo la pensa diversamente, non imporgli il proprio punto di vista: la sua posizione va ascoltata, il che non significa dargli ragione, se non corrisponde al tuo sistema di valori. Se ad esempio vi dice che approva Putin e la sua scelta , evitare di dirgli: cosa stai dicendo? E invece chiedergli: perché la pensi così? Non creare conflitto, guerra di posizioni, ma confronto costruttivo».

Un consiglio quindi per i genitori?
«Porre una domanda a tutti i nostri figli: secondo te perché, dopo una pandemia e un periodo così drammatico per l’umanità, gli adulti hanno trovato il modo per fare la guerra? Che ne pensi? Io credo che potrebbero darci molte risposte stupefacenti».

Fonte: Corriere.it