“Condanno le violenze, ma i ragazzi non vedono un futuro: gli abbiamo trasmesso un modello violento di società” – Matteo Lancini su Corriere TV

“Condanno le violenze, ma i ragazzi non vedono un futuro: gli abbiamo trasmesso un modello violento di società” – Matteo Lancini su Corriere TV

Condividiamo il video di Nino Luca pubblicato su Corriere TV con intervista a Matteo Lancini (20 ottobre 2026).
20 Ottobre 2026
Matteo Lancini: «Condanno le violenze, ma i ragazzi non vedono un futuro: gli abbiamo trasmesso un modello violento di società»
Lo psicologo,presidente della fondazione Minotauro, riflette sugli scontri di Milano: «La violenza si previene costruendo alternative»
di Nino Luca

«Siete solo dei vandali», «Noi combattiamo anche per i vostri diritti». Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della fondazione Minotauro di Milano, commenta il «dialogo» tra il poliziotto e la ragazza che manifestava in piazza Duomo sabato scorso.
«C’è stata molta devastazione, quindi il capo della polizia definisce quei ragazzi vandali, mentre la ragazza prova a richiamare l’attenzione sui diritti e sulle motivazioni della protesta. Forse, in quel contesto, nel centro di Milano, non era il luogo ideale per affrontare la questione. Resto convinto della necessità di una mediazione tra le diverse rappresentazioni della realtà».
Nel suo ultimo libro, A volte ti amo. La rivoluzione dei rapporti nel mondo fragile delle nuove generazioni (Einaudi), affronta le trasformazioni delle relazioni e le fragilità dei ragazzi.

Professore, lei da anni si occupa del disagio adolescenziale e del rapporto tra giovani e adulti.
«Da almeno dieci anni, ben prima della pandemia, assistiamo a un aumento del disagio delle nuove generazioni, documentato dai dati italiani e internazionali. Sono cresciute le richieste di aiuto e gli accessi ai servizi di neuropsichiatria infantile. È cambiato anche il modo di esprimere la sofferenza: aumentano gli attacchi al proprio corpo e, negli ultimi anni, abbiamo visto diffondersi anche forme di violenza in strada, come i ragazzi che girano con i coltelli».

Di fronte a episodi come questi veniamo da voi a chiedere perché non abbiamo visto arrivare.
«Abbiamo ascoltato i nostri figli più di quanto siano stati ascoltati i giovani delle generazioni precedenti, ma abbiamo faticato ad accogliere le emozioni che ci disturbavano. Molti ragazzi sono cresciuti intercettando soprattutto i bisogni degli adulti di riferimento, senza trovare uno spazio sufficiente per esprimere la propria sofferenza. Oggi vediamo disillusione e disincanto nei confronti del futuro. Crescere significa anche investire in ciò che verrà, ma molti giovani faticano a immaginare un futuro desiderabile. Quando si è disperati, l’attacco al proprio corpo o a quello degli altri può diventare una modalità di espressione del dolore. Questo non giustifica la violenza, ma aiuta a comprenderne alcune dinamiche».

Riconoscere la disperazione dei ragazzi significa giustificare chi commette reati?
«Assolutamente no. La giustizia minorile italiana è un sistema avanzato, pensato anche per tutelare i ragazzi. Se un giovane commette un reato, deve risponderne. Ma il buonismo non consiste nel riconoscere i segnali di disperazione: consiste, semmai, nel non volerli vedere. Dobbiamo domandarci se, dietro certi comportamenti, ci sia anche una fragilità degli adulti che si presenta come autorevolezza e finisce per togliere spazio ai ragazzi».

Un anno e mezzo fa alcuni studenti, al termine del percorso scolastico, hanno contestato pubblicamente il sistema dell’esame di maturità. Invece di ascoltarli, abbiamo introdotto regole più rigide. Non c’è una contraddizione?
«Quei ragazzi hanno cercato di dirci che la scuola aveva prodotto disagio e che la società in cui vivevano non piaceva loro. Avremmo potuto ascoltarli e chiederci che cosa non avesse funzionato. Invece, abbiamo introdotto una norma che prevede la bocciatura per chi non risponde all’orale. Ma che cos’è, un interrogatorio? Dobbiamo chiederci se, dietro il nostro interventismo educativo, non ci sia una fragilità adulta che ci porta a prevalere sui ragazzi anche quando cercano di esprimersi. Dare voce alle loro idee dovrebbe essere una garanzia per tutti».

La risposta dei governi alla violenza è spesso la repressione. Ma che cosa dovrebbe fare un adulto per prevenire questi comportamenti?
«Prima di tutto, dobbiamo chiederci che cosa stiamo offrendo ai giovani. Sono generazioni troppo ascoltate oppure cresciute con adulti distratti dai social, concentrati soprattutto su se stessi? E quale modello di violenza hanno respirato? Viviamo in una società attraversata dalle guerre, dalla violenza politica, dalle risse televisive e dalle immagini di persone e bambini uccisi. I ragazzi non vengono educati soltanto dai genitori e dalla scuola: ricevono continuamente modelli dalla società e dai mezzi di comunicazione. Abbiamo normalizzato la violenza e l’individualismo. Pensiamo a quando un bambino spinge un compagno: invece di domandarci se abbia bisogno di aiuto, rischiamo di considerarlo una minaccia alla crescita di nostro figlio. Stiamo raccogliendo anche ciò che abbiamo seminato. Attribuire tutto alla musica trap o ai social è una scorciatoia che ci impedisce di guardare alle responsabilità degli adulti».

I social possono trasformare singoli episodi in comportamenti collettivi da imitare? Lei ha proposto di vietarli.
«Ho presentato questa proposta durante un’audizione alla Commissione Cultura della Camera. Ritengo che vietare i social a tutti sia l’unica misura realmente praticabile, perché non credo sia possibile limitarli efficacemente a una determinata età. Spesso si fanno promesse che hanno soprattutto una funzione elettorale, mentre intervenire sulla scuola e sul sistema educativo è molto più difficile. Dovremmo anche ripensare alcune abitudini degli adulti: i gruppi whatsApp dei genitori, che hanno contribuito alla diffusione del cyberbullismo; il registro elettronico, che permette ai genitori di conoscere i voti prima dei figli; la geolocalizzazione continua dei ragazzi. Dobbiamo restituire loro uno spazio di vita autonoma. Anche la condivisione continua di immagini dei figli contribuisce a cancellare il confine tra privato e pubblico. Abbiamo ridotto sempre più il confine tra esperienza privata e pubblica. Ci sono bambini ripresi fin dalla gravidanza, dalla prima recita all’asilo fino alle feste scolastiche, spesso anche dagli insegnanti. Le nuove generazioni crescono sotto uno sguardo continuo, con una parte importante della loro esperienza esposta agli altri. È un cambiamento culturale che dobbiamo prendere sul serio».

Professore, diranno che lei vuole tornare al Medioevo.
«C’è un’esperienza che continua a funzionare secondo modelli medioevali: la scuola. Tutti sanno che servirebbe cambiarla, ma nessuno vuole affrontare davvero questa trasformazione, anche perché potrebbe avere un costo politico. Eppure è da lì che dovremmo cominciare. Nel frattempo, però, a scuola si sequestrano i cellulari per favorire la concentrazione. È incredibile che gli adulti non siano disposti a rinunciare ai social, considerandoli ormai indispensabili, mentre pensano di risolvere il problema togliendo il cellulare ai ragazzi prima che entrino a scuola. Così crediamo di averli aiutati a concentrarsi, senza mettere in discussione il nostro rapporto con la tecnologia. È una dissociazione che a volte sfiora l’ipocrisia».

Che cosa dovrebbero fare concretamente genitori, insegnanti, governo e poliziotti?
«Sono situazioni diverse. Il poliziotto ha il compito di far rispettare la legge e, quando qualcuno la viola, deve intervenire. La legge deve fare il suo corso. Ma l’intervento nell’emergenza è diverso dal lavoro di prevenzione, che spetta anche agli adulti, alla scuola, alle famiglie e alla politica. Prima di rivolgerci a un giovane, dovremmo porci una domanda fondamentale: lo sto facendo per me o per te? Se ci rendiamo conto che stiamo agendo soprattutto per noi stessi, per la nostra paura o per il bisogno di controllo, dobbiamo fermarci. Se, invece, agiamo davvero per il bene dei ragazzi, dobbiamo essere pronti a rinunciare a qualcosa e a investire maggiormente su di loro».

Che cosa significa, per gli adulti, fare davvero qualcosa per le nuove generazioni?
«Significa ascoltarle, ma anche mettere in discussione i nostri comportamenti. Non possiamo dire di agire per i giovani se continuiamo a ignorare problemi come il disboscamento del pianeta e la plastificazione dei mari. Le scelte collettive dimostrano quanto sia difficile fare qualcosa per gli altri, persino per i propri figli e studenti. Oggi sembra contare soprattutto salvaguardare se stessi. Dovremmo cominciare a toglierci qualcosa per offrire di più alle nuove generazioni».

Intanto si inaspriscono le leggi…
«La mia lettura non vuole giustificare chi commette reati, ma cercare di prevenire il ripetersi di questi comportamenti. Se continuiamo a pensare che basti aumentare le pene e reprimere, non abbiamo letto i dati di chi lavora nella giustizia. Le misure punitive, da sole, non fanno diminuire i reati. La prevenzione richiede investimenti, servizi e modelli educativi capaci di intercettare il disagio prima che si trasformi in violenza».

Il termine “maranza” è utile per descrivere questi fenomeni o rischia di diventare un’etichetta che ghettizza i ragazzi?
«Dobbiamo stare attenti alle parole che utilizziamo. Il termine “maranza” arriva da lontano, era vicino a quello di “tamarro”, ma il significato è cambiato nel tempo. Oggi bisogna chiedersi a chi ci riferiamo davvero. Le aggregazioni giovanili violente sono fenomeni complessi. Ci sono gruppi organizzati, realtà legate a contesti marginali e aggregazioni che nascono spontaneamente e si dissolvono rapidamente. Non possiamo ricondurre tutto alle baby gang, perché le situazioni sono diverse e cambiano continuamente. Servono ricerche serie, non etichette che semplificano la realtà».

Quale punizione è giusta per questi ragazzi?
«Sono i tribunali per i minorenni a valutare i singoli casi. Il sistema penale minorile italiano è riconosciuto come uno dei più avanzati, anche per la capacità di considerare le situazioni individuali e cercare percorsi adeguati. I giudici che ho incontrato in questi anni svolgono un lavoro straordinario. Dovremmo investire molto di più nella giustizia minorile, nei servizi psicosociosanitari e nella prevenzione. Non è buonismo: è la necessità di adottare misure che producano risultati. La disponibilità di provvedimenti più severi non ha dimostrato, da sola, di ridurre i reati. La sicurezza si costruisce anche attraverso interventi capaci di comprendere e affrontare le cause del disagio».

Alla fine, cosa dobbiamo aspettarci in futuro?
«Non ho una risposta semplice. Credo però che dovremmo smettere di parlare soltanto dei giovani e cominciare a interrogarci sui nostri comportamenti quotidiani. Dobbiamo chiederci se abbiamo contribuito a costruire una società in cui la violenza e l’individualismo hanno preso il sopravvento. Se vogliamo che i ragazzi cambino, dobbiamo essere disposti a cambiare anche noi».