Condividiamo l’articolo di Elisabetta Andreis per corriere.it con il contributo di Gustavo Pietropolli Charmet sull’aumento delle manifestazioni di intenso disagio negli adolescenti.

«Non voglio uscire. Non voglio andare. E tu, mamma, muori». Sono talvolta frasi di grande violenza le poche dette dai ragazzi che si ritirano in casa e non accettano più alcun contatto con il mondo esterno. Nei casi peggiori possono seguire gesti che fanno paura, azioni contro se stessi e contro i familiari, in particolare la mamma. Più spesso, però, la rabbia non esplode e il ritirato sociale si rende invisibile anche ai parenti. Hikikomori, li chiamano in Giappone.

Durante le restrizioni della pandemia i ragazzi si sono sentiti protetti dentro le mura domestiche ma spesso hanno ingigantito le proprie paure. E a settembre, nel momento della ripresa della scuola in presenza, hanno detto fermamente no. «No» alla propria classe, no agli amici, alla famiglia. A qualunque tipo di socialità. Secondo le stime a Milano sono almeno tremila, per lo più maschi e aumentati anche del 30 per cento negli ultimi due anni. «Gli accessi al nostro consultorio gratuito per ragioni di ritiro sociale sono addirittura raddoppiati dal 2019 e l’aumento esponenziale si vede anche nei nostri servizi a pagamento», avverte Gustavo Pietropolli Charmet, psicoterapeuta tra i più noti in Italia e fondatore del Minotauro, centro specializzato nell’età evolutiva. Il ritiro è uno dei disagi gravi esplosi dopo i lockdown con i disturbi alimentari e le condotte auto lesive.

All’inizio ci sono gli occhi. Lo sguardo altrui che appare all’improvviso invadente, penetrante. Doloroso, insopportabile. Portatore di attese e di giudizi da evitare a ogni costo. La casa diventa allora l’universo, la camera il mondo. E la Rete l’unico filo con cui ci si legittima a connettersi. Quegli adolescenti passano dai videogame agli infiniti episodi di una serie, alla realizzazione di maniacali disegni sullo schermo del computer. «Internet è la soluzione al loro specifico problema di alzarsi tutte le mattine e sottoporsi al giudizio del gruppo. Il ritiro per loro è una cura, perché annulla l’angoscia — ragiona ancora Charmet —. Tipico è rifarsi una vita come avatar, costruirsi una identità virile e combattente senza la tridimensionalità del corpo».

Ieri erano in centinaia ad ascoltare il convegno organizzato dal Minotauro che faceva luce anche su questo tema. «Con la pandemia l’età si è abbassata. Eravamo abituati a prendere in carico ragazzi tipicamente tra i 16 e i 19 anni, ora ne arrivano tanti tra i 13 e i 15», nota Valentina Di Liberto, sociologa fondatrice e presidente della cooperativa Hikikomori di Milano. In generale sono ragazzi molto intelligenti e sensibili, quelli che si rintanano nel bunker. Eppure, a prescindere dai risultati in molti casi eccellenti, «le fatiche della vita e dello studio appaiono ai loro occhi come segno di mediocrità, il sintomo del fatto che non si è speciali come si credeva di essere da bambini».

Riportarli alla vita è difficilissimo, sensibilizza Charmet: «Dobbiamo partire da visite a domicilio molto costose anche in termini di tempo. Davanti all’adolescente che si auto reclude in gabbia, lo psicoterapeuta esperto che arriva deve mettere in conto di passare pomeriggi fuori da una porta chiusa». I tentativi, prima di fare breccia, possono essere infiniti. Un passaggio di bigliettini, un silenzio prolungato, un disco. Poi la porta che forse si apre e il lungo percorso («almeno sei mesi»). Ad un certo punto si possono proporre le Officine: laboratori individuali e di gruppo, co-working protetti che li riabituano al contatto umano attraverso il «fare». Un ponte verso la normalità ancora lontana.

In questo momento le richieste di aiuto sono in aumento vorticoso e le famiglie spesso non possono permettersi una cura. La parte gratuita del Minotauro (il Consultorio è nato nel 2012 mentre i servizi a pagamento sono attivi dal 1985) annaspa. «Per questo lanciamo, per la seconda volta nella nostra storia, un appello a chi ha cuore gli adolescenti in difficoltà», dice senza mezzi termini Charmet. L’anno scorso sono state salvifiche le donazioni della Fondazione Guido Venosta presieduta da Giuseppe Caprotti, di Dolce e Gabbana, e ancora Silvia e Paolo Marzocco, Fondazione Cariplo, Fondazione Bpm. E adesso?

Sostieni il consultorio gratuito e il progetto Officine