Condividiamo l’articolo di Andrea Galli per Corriere.it con l’intervista a Matteo Lancini sui casi di cronaca di violenza notturna tra ragazzi.

Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presidente della Fondazione «Minotauro», docente universitario alla Bicocca e in Cattolica, esperto di adolescenti: è un problema sociale e non di criminalità «pura» quello delle bande nel Varesotto che abbiamo raccontato una settimana fa, e ugualmente non lo è quello della violenza notturna in riva alla Darsena.

Dunque, dobbiamo cominciare dall’analisi dei primi classici agenti della socializzazione di un individuo, ovvero i genitori, ovvero l’ambiente famigliare?
«Per favore, usciamo dalla concezione del modello delle nostre mamme e dei nostri papà: l’obbedienza e la punizione, l’interiorizzazione di un codice di comportamento mutuato sui genitori…Oggi i modelli di riferimento sono numerosi, infiniti, e peraltro assistiamo alla grande crisi di figure come lo stesso padre, una crisi ormai conclamata. In ogni modo, è erroneo individuare responsabili come mi sembra erroneo colpevolizzare ragazzini e giovani. Se qualcuno deve fare un esame di coscienza, siamo noi adulti».

Da dove si inizia?
«Dalla cultura dei “no”. Che non esiste più. Vogliamo bimbi liberi, creativi, fantasiosi, responsabilizzati, a briglie sciolte, impegnati in molteplici attività, sempre attivi, sempre di corsa, d’accordo, d’accordo…ma poi quando diventano adolescenti pretendiamo, all’improvviso e con una certa nettezza, di affidarci al sistema dei “no”, un sistema che consideriamo sicuro, pratico ed efficace, che siamo convinti darà risultati e ci farà dormire meno angosciati. Grazie mille, non funziona così, i nostri ragazzi lo sanno e non ci ascoltano».

Quindi, professore, siamo già perdenti in partenza?
«Vent’anni fa, la dottoressa Vegetti Finzi profetizzava uno scenario, che banale non è, al contrario: avremo bimbi, diceva, che manco più si sbucceranno le ginocchia, che non cadranno, che non rimedieranno punti di sutura. Del resto, siamo terrorizzati dal mondo esterno, siamo angosciati, siamo convinti che là fuori ci sia il male in ogni manifestazione, in ogni momento, in ogni volto, che ci teniamo i figli in casa, protetti, al caldo, al rifugio dai presunti mostri esterni, dalle tentazioni della quotidianità. Peccato che trascorrano intere giornate nella loro realtà virtuale. Che, attenzione, non è uno sconfinamento, una fuga, ma è semplicemente una parte della contemporaneità. O quantomeno: dai vent’anni in su appena ci alziamo ci attacchiamo ai cellulari che spegniamo solo nel dormiveglia… E ci scandalizziamo se, dai vent’anni in giù, restano a loro volta incollati al telefonino. Un po’ di coerenza, di responsabilità. Pensi a quanto spazio i mass media dedicano alle risse in televisione, agli scontri, ai duelli urlati, con gli insulti, con uno che non lascia parlare l’interlocutore, con l’interlocutore che se ne va… A sera, a tavola, chiediamo ai nostri ragazzi come è andata la scuola, al massimo come sono andati gli allenamenti. Punto, stop. Non ci informiamo sulla loro esistenza virtuale, chi hanno incontrato, cosa hanno visitato, cosa hanno scoperto di nuovo, se hanno sviluppato dei timori o delle preoccupazioni…Niente, facciamo finta che non esista altro al di fuori dell’esistenza “classica”».

Quali elementi ci forniscono le scene di violenza degli adolescenti?
«C’è sovente la ricerca di un pubblico. Quando si organizzano le mega risse, si organizza anche la diretta col cellulare affinché le azioni siano viste, commentate, diffuse; affinché insomma la violenza, la sopraffazione, i movimenti del gruppo, divengano immagini cristallizzate, a perenne disposizione di tutti… Non si tratta di controllare in modo maniacale i dispositivi dei nostri figli: qui si tratta della gestione del tempo, della necessità del confronto, della priorità di un dialogo che sia vero, proficuo, e non fatto mentre intanto stiamo chattando e abbiamo la testa altrove».