Condividiamo l’articolo di Anna Bogoni per Elle sul tema del parental abuse con l’intervista a Virginia Suigo.

Finalmente il pudore e la vergogna sociale sembrano sconfitti e il velo del silenzio si è rotto. I casi in cui il figlio adolescente aggredisce verbalmente, emotivamente o fisicamente (o in tutti e tre i modi) mamma e papà per anni, distruggendo i rapporti e la vita quotidiana dei genitori, sono difficili da accettare e comprendere. Per non dire delle situazioni più drammatiche, anche queste in crescita, che finiscono davanti al Tribunale dei minori con una denuncia per furto, traumi e percosse. Il parental abuse o la violenza filio-parentale, così viene definita dagli addetti ai lavori, è oggi sotto i riflettori, l’ultima di una lunga serie di violenze domestiche più note, quella dei genitori sui figli, tra fratelli, quella di genere con i femminicidi e sugli anziani. Solo l’anno scorso, nel primo convegno in Italia sul tema, organizzato dalla Fondazione Minotauro di Milano, è emerso un vero e proprio cambio di paradigma: i bambini, da vittime indifese diventano ragazzi aggressori, rendendo impossibile la convivenza tra le pareti domestiche: «Si inizia con insulti e spintoni per poi arrivare a forme di violenza fisica più accese, una situazione descritta “di terrorismo” da chi la subisce. I genitori si sentono privati del loro ruolo e del rispetto; in casa il clima è ostile, non ci si parla o si viene insultati. All’ordine del giorno ci sono solo richieste di denaro, senza alcuna possibilità di instaurare una qualsiasi forma di dialogo. Tanto più il genitore cerca di imporre dei limiti e di contenere anche fisicamente la situazione, tanto più c’è il rischio che il figlio passi dallo spintone allo schiaffo al calcio per guadagnare l’uscita di casa», spiega Virginia Suigo, psicologa e psicoterapeuta, socia del Centro Minotauro di Milano, autrice di Figli Violenti (Franco Angeli editore). Questa è la violenza filio-parentale: un pattern di comportamenti che vanno dal verbale allo psicologico che rendono la situazione in casa ogni giorno più invivibile.

Il genitore “a rischio”
Nel cercare di tracciare un perimetro di questo fenomeno che non è solo italiano, Eddie Gallagher, terapista familiare australiano, ha raccolto sul campo in 30 anni di lavoro oltre 500 casi di violenza filio-parentale, giungendo a conclusioni, interessanti. La prima è che i genitori più a rischio sono proprio quelli che svolgono professioni psicosanitarie e attinenti alla cura, coni come insegnanti, infermieri, operatori assistenziali, con un elevato livello di istruzione e con uno stile educativo democratico. Mentre l’identikit dell’adolescente abusante rivela una parità di genere tra figlio e figlia, una maggioranza di primogeniti e pochissimi con una malattia mentale diagnosticata.

Bambini bravi, adolescenti ingrati
«Nel profilo degli adolescenti che esplodono non troviamo segnali premonitori, in genere sono stati figli e figlie brillanti, vivaci e adeguati durante l’infanzia. Nell’adolescenza però succede qualcosa: entra in crisi la relazione con i genitori, o anche solo con uno di loro. C’è qualcosa che va in cortocircuito: i ragazzi ora hanno a che fare con il diventare grandi, avere un futuro, coltivare la speranza. Di contro i genitori, anche molto adeguati nell’infanzia, diventano una sorta di ostacolo che si frappone alla realizzazione e allo sviluppo della loro identità. Il dramma è che in genere sono genitori particolarmente dediti e attenti alla crescita dei figli, contenitori molto protettivi, che gli adolescenti sentono di dover “distruggere”. Il problema è la preoccupazione degli adulti che attiva la preoccupazione nei figli in un circolo vizioso. Tanto più “buono” e “bene” hanno ricevuto, tanto meno ora i figli riescono a riconoscerlo. I genitori sono annichiliti, hanno fatto sacrifici per crescere i figli e ora si ritrovano a gestire un quindicenne che dà di matto, più che cattivo, direi molto ingrato», aggiunge Virginia Suigo.

L’insostenibile sguardo degli adulti
Quando invece a parlare sono i figli, raccontano di uno sguardo dei genitori torvo, deluso, sfiduciato o spaventato che è quello che li fa fisicamente andare via, o impazzire e spaccare tutto. «In molti casi dietro la violenza si nasconde la paura di non farcela e di non essere all’altezza», precisa Suigo. Quando i ragazzi sono disponibili a intraprendere un percorso con uno psicoterapeuta, si scopre che i genitori rappresentano un ideale difficile con cui confrontarsi: per un adolescente un po’ fragile vedere su di sè lo sguardo deluso, amareggiato o impaurito dei genitori è insopportabile. In altri casi i ragazzi violenti hanno genitori con grandi aspettative e allora la violenza serve a smarcarsi da una situazione percepita come tossica».

La pressione delle aspettative
La croce sembra essere ancora una volta sulle spalle delle mamme: tanto più si prodigano, cercano di capire e dicono al figlio “spiegami”, tanto più i ragazzi si sentono cattivi. «Tanto più queste donne si sono sacrificate, tanto più c’è il rischio che chiedano involontariamente al figlio una sorta di risarcimento, caricandolo ancora una volta di aspettative. I figli nell’adolescenza dovranno gestire il proprio desiderio di indipendenza e la pressione delle aspettative create dai sacrifici dei genitori», aggiunge la psicoterapeuta. È inutile demonizzare l’uso del cellulare, le cattive compagnie o gli spinelli: le ragioni del conflitto non vengono dall’esterno. «Lavoro con adolescenti sottoposti a procedimenti penali che spacciano, rubano e arrivano posti a dire “sono io la cattiva compagnia degli altri”. Ebbene, questi ragazzi spesso conservano un rispetto assoluto di mamma e papà, anche quando sono stati assenti o non si sono occupati di loro. In altre parole, frequentare le cosiddette cattive compagnie non può essere considerata la causa della violenza tra le pareti domestiche», lenza dice la psicoterapeuta.

Separarsi per ripartire
Come in tutti i casi di violenza, il primo passo consiste nel riconoscerla e subito dopo nel chiedere aiuto. «Nelle situazioni più compromesse, spesso è utile un momento di stacco: fisicamente i ragazzi vanno a vivere altrove, soprattutto se la situazione di conflitto dura da anni. Ma non deve essere uno stop forzato, un’espulsione dalla famiglia. Anche se breve, l’allontanamento di casa del figlio consentirà ai genitori di rioccuparsi di se stessi, della propria salute, si di imparare a gestire l’ingratitudine e il trauma subito. Si porranno le premesse per avere minori aspettative e una ripresa del dialogo, indipendentemente dal fatto che i ragazzi decidano o no di collaborare o di seguire un percorso di psicoterapia. Infine, chiedere un sostegno per impostare minime regole di convivenza e provare a ripartire sotto lo stesso tetto sì, ma su nuove basi», conclude l’esperta.