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Condividiamo l’intervista di Tiziana De Giorgio a Matteo Lancini per Repubblica.

«Si dice che le nuove generazioni siano cresciute senza limiti, che li abbiamo amati troppo. Io penso esattamente il contrario». Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, è presidente dell’associazione Minotauro e professore alla Cattolica e alla Bicocca.

In che senso pensa il contrario?

«Credo che gli adulti non li pensino per nulla. Che sono generazioni non viste. Dai loro genitori. Dalla scuola. E che nei dati del report di Transcrime ci sia tutta la loro disperazione».

Lo studio dice che non aumentano i reati fra i giovani, ma i loro comportamenti sono più violenti. Perché?

«È il risvolto della medaglia dei casi di autolesionismo. I nostri giovani hanno a che fare con una crisi identitaria e un’assenza di prospettive future, di paure, che in base ai tratti di personalità porta molti ragazzi a esprimere il proprio disagio con una violenza contro se stessi. Sono aumentati i casi di suicidio e di violenze contro il proprio corpo».

Vada avanti.

«Altri reagiscono con comportamenti violenti verso il mondo esterno. Oggi chi occupa una scuola dovrebbe essere trattato come un panda in via di estinzione: in poche parole questa ricerca ci conferma in fatto che oggi i giovani esprimono disagio non organizzando una vera contestazione, non trasgredendo, ma mettendo in pratica comportamenti distruttivi verso se stessi o verso gli altri».

Cosa emerge di tutto questo dai vostri colloqui con loro?

«Un senso di solitudine enorme e la disperazione di non sentirsi amati e riconosciuti. Non è un caso il fatto che l’uso dei cannabinoidi non è più qualcosa di trasgressivo ma di lenitivo. Gli adulti ci vengono a raccontare che il problema è internet o la pandemia, spostando sempre il problema verso l’esterno e senza vedere che gli adulti pensano solo a se stessi, in un individualismo che ha soverchiato tutto».

Come aiutarli quindi?

«Innanzitutto servirebbe un’alfabetizzazione emotiva di chi è genitore, di chi fa l’insegnante. I giovani cercano disperatamente, e non è un caso che continui a ripetere questo termine, un adulto che li faccia sentire pensati. È inutile che imponiamo a questi ragazzi di tenere spento il telefono a tavola se siamo noi i primi a essere connessi tutto il giorno, se non parliamo con loro, se non facciamo domande profonde ai nostri figli».

Quali per esempio?

«Ti capita di pensare al suicidio? O come ti vedi allo specchio quando sei nudo, ti vedi brutto? Bisogna smettere di rimuovere il dolore e accendere il tema delle emozioni disturbanti. Continuare a privarli di qualcosa non ha senso. E se proprio si vuole andare in questa direzione bisogna prima partire dalla propria disconnessione. Invece noi continuiamo a fare quello che vogliamo mentre per loro siamo impegnati a organizzare cose deleterie come i patti per capire quando consegnare il primo smartphone, spostando ancora una volta il problema da noi a loro».