Condividiamo l’articolo di Matteo Lancini pubblicato su Robinson – La Repubblica (12 luglio 2026)
L’AMORE CHE SERVE AI RAGAZZI
di Matteo Lancini
Le trame affettive che animano i processi decisionali e i comportamenti degli adolescenti odierni sono molto diverse rispetto a quelle del passato. La trasgressione e l’opposizione, caratteristiche distintive dell’adolescente edipico cresciuto nella famiglia tradizionale e nella sessuofobica, sono scomparse da decenni, lasciando il campo, prima all’adolescente narcisista, figlio dell’epoca degli ideali e dell’anticipazione delle esperienze, e attualmente all’adolescente postnarcisista, allevato da una società dissociata che mentre promette ascolto chiede alle nuove generazioni di non esprimere alcuna emozione che disturbi gli adulti. La fragilità generazionale è lo specchio della fragilità degli adulti, i quali sono sempre meno capaci di tollerare e marcare psicologicamente l’espressione delle emozioni primarie da parte di bambini e adolescenti. La tristezza, la paura e la rabbia non vengono legittimate da tempo, in qualsiasi ambito educativo e relazionale. L’ansia generalizzata e il vuoto identitario non sono l’esito di un approccio adulto troppo accuditivo, orientato a proteggere figli e studenti dalle frustrazioni della vita, ma piuttosto l’espressione di un sacrificio generazionale, che ha costretto giovani e giovanissimi a proteggere noi adulti. Genitori, educatori e insegnanti troppo impegnati a preservare se stessi e il proprio fragile equilibrio, per poter svolgere quella funzione umana fondante la crescita, basata sul sapere stare nelle emozioni spiacevoli dei più piccoli, offrendo un’ambiente relazionale autenticamente disponibile a rispecchiarle. L’incontro con il funzionamento e la sofferenza delle nuove generazioni di adolescenti e giovani adulti ci costringe a porre fine alla narrazione di un’infanzia caratterizzata dall’eccedenza del codice materno a discapito di quello paterno. Mentre sostenevamo che il problema fosse l’assenza del padre è venuta a mancare la funzione materna. Le nuove generazioni non hanno avuto troppa libertà, troppo amore, troppi smartphone. Ai bambini e agli adolescenti non sono mancati i limiti e i paletti che l’adulto avrebbe dovuto porre sin dalla nascita. Ai giovani sono mancati degli adulti che sapessero limitarsi nell’utilizzo degli smartphone e dei social, delle figure capaci di identificarsi con le necessità evolutive di figli e studenti costretti a crescere in una società individualista e iperconnessa. Generazioni a cui abbiamo chiesto di sottoscrivere un patto utile a noi stessi, di crescere essendo se stessi ma a modo nostro. Bambini e adolescenti a cui è stata imposta un’esistenza monitorata e geolocalizzata, a cui è stato impedito di muoversi e giocare liberamente nelle piazze e nei cortili, per poi sostenere che nei social e nei videogiochi ci sarebbero finiti per loro scelta. Generazioni a cui abbiamo invaso la mente con espressioni quali dipendenza da internet e dipendenza affettiva, mentre, in realtà, la dipendenza da internet è il modo in cui oggi qualsiasi adulto costruisce il proprio successo personale e professionale, e la dipendenza affettiva è ciò che garantisce la sopravvivenza della specie umana. La fragilità e l’ipocrisia di noi adulti ha pero avuto conseguenze inaspettate. Invece di alimentare il conflitto generazionale nei riguardi di chi era impegnato a distruggere il pianeta e a diffondere guerre e violenza, i ragazzi e le ragazze hanno deciso di attaccare se stessi, come dimostrato dall’aumento di sofferenza mentale e dei gesti autolesivi, dai suicidi ai tagli inferti al proprio corpo, fino ai disturbi alimentari e alle sempre più diffuse forme di ritiro sociale. Anche le armi da taglio, tranne in qualche caso sporadico, sono utilizzate prevalentemente contro i coetanei. Non solo gli adolescenti non si sono ribellati, non solo i giovani adulti non si sono aggregati in movimenti generazionali consolidati, volti a contestare la scellerata gestione adulta del loro presente e futuro, ma le nuove generazioni hanno anche deciso di continuare a ricercare l’adulto. Oggi, i ragazzi e le ragazze non parlano solo allo psicologo, ma ogniqualvolta incontrano un insegnante, un educatore, un adulto capace di identificarsi con loro, di relazionarsi pensando a chi hanno davanti, gli raccontano di se e dei propri stati d’animo, come nessuna generazione aveva mai fatto prima. Gli adolescenti odierni sono particolarmente propensi ad esplorare i propri stati affettivi e mentali, e a condividerli con gli altri. Tutto ciò avviene però solo in presenza di adulti percepiti come significativi e autentici. Costretti a intercettare i nostri bisogni sin dalla più tenera età, gli adolescenti hanno sviluppato una competenza relazionale del tutto particolare. Sono espertissimi nell’intercettare il funzionamento psichico e affettivo del proprio interlocutore e dunque rifuggono l’ennesima proposta educativa e formativa spacciata per autorevole ma, in realtà, erogata in funzione del benessere e dell’interesse adulto. Quasi sempre, si tratta, infatti, di un’iniziativa privativa. Gli adolescenti hanno invece bisogno di proposte aggiuntive e di nuove opportunità, non degli oramai più che sospetti provvedimenti limitativi e sanzionatori. Le nuove generazioni cercano disperatamente figure capace di offrire risorse affettive e relazionali. Gli adulti hanno tempo, voglia e capacità di vederli per quello che sono e di saper stare in una relazione autentica con loro?

