“La cameretta è la mia prigione”. Intervista a Antonio Piotti e Matteo Lancini su PANORAMA

Condividiamo l’articolo di Terry Marocco pubblicato su PANORAMA con intervista a Antonio Piotti e Matteo Lancini.

Gli «hikikomori» censiti nel nostro Paese sono 200 mila, con un aumento tra le ragazze e un abbassamento preoccupante dell’età: la scelta di ritirarsi dal mondo parte già a 11-12 anni. Per gli esperti è una forma estrema di autodifesa dall’ambiente circostante. Certamente i lockdown durante il Covid hanno peggiorato la situazione, anche se parlarne è ancora tabù.

GLI HIKIKOMORI D’ITALIA CENSITI SONO ORMAI 200 MILA. ADESSO IL FENOMENO DEL RITIRO VOLONTARIO DAL MONDO COINVOLGE ANCHE LE RAGAZZE E L’ETÀ DI ESORDIO SI È ABBASSATA A 11-12 ANNI. PER GLI PSICOLOGI È UNA RIBELLIONE ESTREMA COME FORMA DI AUTODIFESA. DELLA QUALE, PERÒ, SI SA ANCORA TROPPO POCO.

Eremiti post-moderni, prigionieri di loro stessi. Sono gli hikikomori, termine coniato alla fine degli anni Novanta dallo psichiatra giapponese Tamaki Saito, che significa stare in disparte, allontanarsi. Indica un ritiro sociale estremo e prolungato, oltre i sei mesi, il buio che cala sulla vita di molti adolescenti. All’inizio il fenomeno ha colpito perlopiù i maschi, ora raggiunti anche dalle femmine.
Ragazzi che scelgono volontariamente, questa è la parola che fa rabbrividire, di rinchiudersi dentro le loro camere. In uno spazio di vuoto, di assoluta solitudine, dove smettere di combattere. Tapparelle abbassate, cuffie nelle orecchie, il vassoio del cibo lasciato fuori dalla stanza a terra.
Il corpo non lavato, nascosto. Il mondo esterno che ti fa schifo, mentre tua madre batte incessantemente alla porta chiusa. Senza ricevere una risposta per anni. Alcuni genitori, nelle interviste fatte da Panorama, si sono spinti a dichiarare: «È un dolore indicibile, incomprensibile per chi non lo prova, difficile da spiegare. A volte pensiamo che vivere così sia peggio di avere un figlio morto».
L’età di esordio si è abbassata, ci sono anche preadolescenti, undici, dodici anni. Invertono il ritmo circadiano, dormendo di giorno e stando svegli la notte attaccati al computer, non riuscendo più
a seguire la scuola. Un fenomeno che coinvolge in Giappone più di un milione e mezzo di ragazzi (51% femmine, 49% maschi) e tocca anche le loro famiglie, in una drammatica «doppia reclusione», per la vergogna, lo stigma. In Corea del Sud ci sono più di 300mila ritirati. In Cina si ritiene che 33 milioni di giovani dipendenti da Internet siano semi reclusi, In Italia, secondo l’ultima ricerca promossa dall’Asl di Benevento e realizzata dall’Istituto psicoanalitico delle ricerche sociali di Roma, si parla di 200 mila giovani reclusi intermittenti. Numeri da epidemia.
Il sommerso, soprattutto al Sud, è inimmaginabile.
Un disagio che nasce da molti fattori: una famiglia iperprotettiva, genitori carichi di aspettative, un rapporto stretto tra la madre troppo accudente e il figlio, un senso di inadeguatezza, l’ansia di rimanere indietro, di non essere all’altezza, di sentirsi “miserabili”, incapaci di sopportare responsabilità e dolore. E soprattutto un’oscura paura di fallire.
Si è acutizzato durante il Covid, i casi sono brutalmente aumentati in Italia e il fenomeno ha mutato volto, come spiega Antonio Piotti, psicoterapeuta e filosofo, il maggior esperto italiano di ritiro sociale in adolescenza, autore di Hikikomori post Covid: «Dopo la pandemia tutto è cambiato. Un conto sono i ritirati sociali puri, i primari, quelli che stanno chiusi in casa per almeno tre mesi, non più sei come prima, senza vedere nessuno. Questi sono i cosiddetti hikikomori. Sono aumentati, ma non così tanto rispetto a sei anni fa, il numero si aggira ancora sui centomila. Una volta erano quasi tutti (80%) maschi, oggi si parla di un 60% maschile e 40% femminile. Invece è cresciuta l’area di rischio di ritiro, ed è questa la grande novità. Hanno pochi
amici, vanno a scuola saltuariamente, parlano a volte con i genitori, ma non hanno relazioni affettive, passano molto tempo sul computer, senza però essere totalmente reclusi». La relazione con l’altro viene vissuta come una minaccia, l’isolarsi diventa un rifugio egotico: «Io lo chiamo iper narcisismo, il lato violento del narcisismo. Quando sei disilluso, arrabbiato, prima di tutto te la prendi con te stesso.
Che poi è solo l’altra faccia della medaglia di chi attacca con i coltelli», conclude Piotti.
I casi gravi sono più frequenti nelle grandi città piuttosto che in provincia. E tra i 13 e i 15 anni cresce la percentuale femminile. Spiega Roberta Invernizzi, psicologa psicoterapeuta, che lavora nel servizio di neuropsichiatria infantile per l’infanzia e l’adolescenza della ASST di Lecco dove coordina il servizio #quindiciventiquattro:
«Con le ragazze abbiamo assistito a qualcosa di assolutamente diverso. All’inizio non ci capitava di
incontrarne molte, ma durante e dopo la pandemia la loro presenza è aumentata in modo significativo.
Mostravano inizialmente una sorta di ansia da ripresa, la sofferenza per essere state dietro lo schermo sospendendo le relazioni reali, un senso profondo di vuoto, misto ad altri sintomi come i disturbi dell’alimentazione, l’autolesionismo, l’ideazione suicidaria attiva. Qualcosa di profondamente differente da ciò che avveniva nei maschi, che invece erano sintonici con il ritiro». Il livello complessivo di sofferenza è più alto nelle femmine. Continua la psicoterapeuta: «Le ragazze ritirandosi sospendono la progettualità. È un isolarsi più depressivo. Non compare mai come unico fenomeno, ma in comorbilità con altri sintomi. Le adolescenti si allontanano progressivamente, in silenzio. È come un corpo che non solo si sottrae allo sguardo del mondo, ma che decide di vivere altrove, perché crescere è diventato un pericoloso appuntamento identitario».
Raccontano alcune ragazze: «Voglio morire, lasciarmi andare, ho spento il telefono per vivere come se fossi sempre in modalità aereo. Sospesa». «È perché non riesco a reprimere le crisi di ansia, che devo evitare i contatti sociali», «Il mio disturbo alimentare rende difficile il rapporto con gli altri», «Una volta rintanata non provo alcun senso di sollievo». La nostra descrizione sempre più cupa del futuro non li aiuta. Credono fermamente di non avere niente su cui scommettere. Fabio Busetti è padre di un ragazzo ritirato da dieci anni. Per la comunità dei genitori è
“il guru”
‘, un punto di riferimento: «Abbiamo quattro chat con un centinaio di famiglie dove ci supportiamo a vicenda. Noto che oggi se ne parla di più, ma non è cambiato nulla. Anche io, come molti, all’inizio ero convinto che i nostri figli fossero malati, invece non è una patologia, è un problema sociale. Magari in seguito subentra anche la patologia. Mio figlio ha 31
anni, per i primi cinque usciva solo per comprare le sigarette, poi tornava a casa, passava la notte con i videogiochi. Un giorno mi ha detto che il suo dolore era la frustrazione di non riuscire come avrebbe voluto.
Sono tutti particolarmente intelligenti, ipersensibili, ma si sentono incompresi, fanno fatica ad affrontare il mondo che gli abbiamo imposto. Troppo competitivo e performante. Eppure si lascerebbero morire piuttosto che piegarsi o scendere a compromessi.
Più di uno parla della sua scelta come di una potente rivoluzione silenziosa». Rimangono incastrati tra l’adolescenza e la vita adulta. I genitori non sanno cosa fare, sopraffatti dalla rabbia li strappano dai letti, cercano di trascinarli con la forza a scuola, tolgono il wi-fi, sbagliando e relegandoli al buio totale.
Il regista Roberto Gasparro ha autoprodotto
La chiocciola, uno dei pochi film che racconta questo mondo. Ha fatto più di duecento proiezioni nelle scuole, raggiungendo oltre 5 mila studenti:
«È stato un video su YouTube di un ragazzo in una stanzetta che mi ha fatto conoscere questa realtà. Ho rintracciato tantissimo dolore, ho capito che il mondo che abbiamo creato per loro va a una velocità che non è sostenibile da tutti. E chi non riesce a stare al passo viene scartato». Ha conservato i foglietti scritti dagli studenti dopo le proiezioni. Sono commoventi:
«Grazie per non avere chiamato le nostre stanze
“prigioni”», «Il guscio a volte è l’unica difesa», «Tu conti pure nel silenzio, anche se resti nell’ombra, la tua luce arriva».
Racconta Gabriella D., madre di Fred, 28 anni:
«Dodici anni di ritiro, anche se non continuativo.
All’inizio lo imputammo a una crisi adolescenziale.
Gli insegnanti non mi davano retta, dicevano che era un pigro. Non capivano loro e neanche io, che mi porto sul cuore sensi di colpa pesanti come macigni».
Finalmente si accende una lampadina: il problema è più vasto, profondo, nasce da tanti fattori con un tratto comune, l’assenza del padre. Manca una figura maschile autorevole da cui ricevere sostegno. Poi il miracolo: durante una visita alla tenuta romana di Capitano Ultimo, Fred si appassiona ai suoi falchi.
Continua la mamma: «Da quattro anni e mezzo frequenta la falconeria, occupandosi anche dei pulli (pulcini, ndr). È la sua passione, l’unica relazione per cui ritiene necessario uscire. Sarò eternamente grata al generale Sergio De Caprio per avergli regalato una nuova vita».
Una passione è l’unica cosa che può farli tornare a vivere, così lo psicoterapeuta Matteo Stefano Zanon, socio della cooperativa L’Aquilone di Sesto Calende, aiuta gli adolescenti sul loro stesso terreno con la Video Game Therapy, l’uso terapeutico dei videogiochi, all’interno del progetto Sakido, di cui è responsabile scientifico. Un percorso lungo e complesso, dove i giovani devono affidarsi, ritrovare la fiducia negli adulti. Mamma Lina, torinese, si prodiga per numerose famiglie, mettendo a disposizione anche la sua casa nell’astigiano, come luogo di incontro per i ragazzi: «Lì, nel verde, si trovano bene, fanno il barbecue». Grande generosità. Suo figlio è un ingegnere, laureato a pieni voti con un dottorato importante. «Bello, bravo nello sport, preparato, eccelleva in tutto. Poi a trent’anni ha avuto un crollo inaspettato: ha perso il lavoro e la fidanzata. È ritirato da dieci. I primi tempi sono stati un girone dantesco.
Oggi non lavora, ma lo chiamano a partecipare a convegni anche all’estero. Sempre dalla sua camera».
Secondo Alberto Malfatti, psicoterapeuta, coordinatore del progetto Invisibili all’interno dell’associazione di Bolzano “La Strada-der Weg”, la crisi arriva tra la fine delle medie e la prima superiore. «Oggi la società è cambiata e la loro lotta è diventata individuale. L’individualismo è il modo più rivoluzionario che hanno per gridare il proprio dolore. Rinunciare al progetto che i genitori desideravano per loro è un atto forte, l’unico che sentono possibile». C’è anche un disegno di legge presentato dall’onorevole Daniela Ruffino, parlamentare di Azione, con un lungo trascorso come educatrice. Mira a istituire un Osservatorio nazionale che monitori e coordini gli sforzi delle Regioni, nel pubblico e nel privato. Molto è cambiato, riflette Matteo Lancini, presidente della fondazione Minotauro di Milano: «Oggi abbiamo un fenomeno misto, che non è più prevalentemente attribuibile al ritiro severo, quello assoluto. Il mondo è visto sempre più ostile, meno adatto ai giovani. Vivono nella società del bullismo degli adulti. Non c’è mai stata una generazione di adulti così cattiva e dedicata a sé».
La domanda da porsi è: perché si ritirano, invece di protestare? «Sono gesti disperati, una forma di suicidio sociale. Non si ribellano, ma esprimono un disagio enorme, che ormai è disperazione». L’ultima storia raccontata da una madre milanese sembra un film. Il suo unico figlio a tredici anni decide di lasciare tutto: la scuola, il rugby, gli amici. Quattro anni e mezzo di isolamento totale. Ma ha un sogno: fare il pasticcere e sforna panettoni buonissimi. Quella passione lentamente lo salva. Con enormi sacrifici lei compra una casa più grande e gli attrezza una cucina come quella di MasterChef, mentre fa i salti mortali per lavorare. Lo scorso novembre, a 25 anni, dopo dodici da isolato, decide di partire per l’Australia.
Dove oggi fa lo chef. La mamma lo sente al telefono ogni sera: «È fragile e forte, tenace e determinato.
Ha deciso da solo che voleva aprirsi alla vita. Anche se un pezzettino di paura nel mio cuore resterà per sempre».